mercoledì, aprile 01, 2009
Leggo stamattina un articolo sul Sole...
Modello emiliano, metamorfosi per il rilancio ?
Nel quale mi sembra che stiano un po' troppo "glorificando" il modello emiliano nella speranza di essere riconosciuti come "coloro che hanno trovato la soluzione alla crisi".
La mia azienda vive e fa' parte di uno dei tanti distretti emiliani,e uno dei principali settori di sbocco della mia attività e' un altro settore distretto sempre emiliano.
Beh Vivendo queste realta' tutti i giorni non mi pare ci sia tutto quest'oro che luccica ... anzi...
Nella area industriale dove sono, ogni giorno si hanno notizie che fanno rabbrividire: c'e' chi oramai lavora 2 gg su 5, mensilmente qualcuno chiude e la strada statale principale che ci collega all'autostrada pare un deserto (sia per la NON quantita' di camion che passa, sia per le auto di dipendenti che si recano al NON lavoro).
E l'altro distretto, quello ceramico per intenderci, sembra uno di quei paesini deserti del far-west dove si sente a mala pena il cigolio della porta del saloon.
E il gemello distretto di Castellon (Spagna) e' messo ancora peggio.
E voglio pure che ci siano le punte di diamante che fanno colle iper-tecnologiche, e impianti a gas meravigliosi... ma senza piastrelle da incollare... e macchine da vendere... mi sa' che non siano proprio le "ali dei prodotti" a far volare certe aziende, ma piuttosto altri
giochi che la mia ignoranza non mi permette di capire (penso di averla saltata quella lezione, cercasi appunti !).
Quindi cerchiamo di non illudere nessuno, che, anche se siamo vicini a Pasqua, qui in Emilia le galline fanno ancora uova normali
giovedì, agosto 28, 2008
La ripartenza della giostra, per quanto ci riguarda, non ha riservato sorprese, ne' negative ne' positive.
Ci aspettavamo una lieve inflessione degli ordini, pero' tutto entro il budget previsto.
La situazione del settore e' davvero pesantissima: il nostro distretto sta' soffrendo non poco e, oltre a ferie anticipate e/o prolungate, settembre prevede parecchia cassa integrazione.
Ma resto comunque sempre del mio parere, il nostro paese ha delle enormi potenzialità ed ha ancora molto da dire sia, in termini di produzione che in termini di "menti".
La stampa ama parlare di paese in declino perche' oramai la stampa deve dare sempre notizie clamorose per attirare l'attenzione della gente... quasi a dire che se do' una notizia bruttissima che poi in realta' non si rivela cosi' brutta... e' meglio. Le cose positive non fanno piu' notizia ormai... (che tristezza)
Non penso si possa parlare di un paese in declino quando, nonostante svantaggi strutturali non superabili, primo su tutti la dipendenza dalle fonti energetiche non rinnovabili ed un costo del lavoro non competitivo rispetto ad altre economie, riesce comunque nella sua continua opera di trasformazione.
Vero e' che in questa opera molti cadaveri rimangono lungo il percorso, pero' quelli che riescono a trasformarsi si fortificano e, parecchie volte, sono anche disposti a inglobare quei cadaveri (a patto che si adeguino pero' alla politica trasformistica)...
Inoltre, sarebbe in declino un paese dove la produzione industriale viene ad essere assorbita dai mercati esteri, perche' cosi' e' per i due maggiori settori per cui la mia azienda lavora (e non solo, vedi TPI sotto), che, nonostante i prezzi maggiori, riconoscono il plusvalore e la maggiore qualità delle produzioni italiane ?
Questa teoria e' stata,
finalmente, anche avvalorata dal
Tpi (Trade performance index) , indice elaborato da Onu (Unctad) e Wto, che colloca il nostro paese ai vertici della classifica mondiale dei più virtuosi nel commercio con l' estero.
E finalmente, come citato nell'articolo,
«Ci possiamo togliere qualche soddisfazione dopo tanta ingiustificata autocommiserazione», dice Marco Fortis (personaggio che stimo moltissimo e che ho avuto la fortuna di conoscere in diverse occasioni).
«In questi anni abbiamo vissuto un paradosso - spiega
- un' industria che va benissimo sui mercati internazionali, ma che fatica all' interno»
E concludo con questa frase di Fortis
«Per fortuna le nostre industrie non hanno smesso di fare quello che sanno fare meglio»
Quindi, rimbocchiamoci le maniche che... posto ce n'e' per tutti ... per tutti coloro che hanno voglia di rimettersi in gioco ogni giorno e non dare per scontato che il passato che ha dato lustro alla nostra azienda sia ancora l'arma vincente (beeep... falso

)
Buona giornata a tutti !
Cercate di essere ottimisti.
C'è sempre tempo per mettersi a piangere.
-- Marlene Dietrich --
lunedì, luglio 21, 2008
La società «liquida» prigioniera della crisi
di Francesco Alberoni
Una grave crisi economica produce profonde trasformazioni nella struttura e nei valori della società. La crisi del 1929 ha messo fine ai cosiddetti «anni ruggenti». Un periodo di sviluppo economico, ma anche di liberalismo sfrenato, di disordine, di spensieratezza e di eccessi. Con la crisi sono ricomparsi lo spettro della disoccupazione, della miseria, il timore del futuro, poi le dittature e la Seconda guerra mondiale. L'attuale crisi economica non avrà un seguito così nefasto, però produrrà un profondo cambiamento del modo di vivere e di pensare degli ultimi trent'anni in cui abbiamo avuto prosperità, sviluppo del terziario, continuo aumento del tempo libero e della scolarizzazione. Perché la nostra società è molto fragile, disunita, al punto che il sociologo Bauman la chiama società liquida. Egli sottolinea che non ci sono più regole forti, si sono indebolite le Chiese, i partiti, tutti i rapporti e non solo quelli di lavoro sono diventati precari, anche nella famiglia, anche nella coppia, mentre l'educazione svanisce e prevale l'impulso immediato.
Ebbene la crisi economica, insieme alla concorrenza delle nuove potenze economiche come la Cina e l'India, potrebbe costringerci a cambiare. Perché esercitano una concorrenza terribile sulle nostre imprese, sul mercato del lavoro, e non potremo più reggere a questa pressione conservando le nostre abitudini liquide, la nostra assuefazione al pressappoco, a rinviare, a complicare, i nostri ritmi di lavoro, la nostra burocrazia pachidermica, la nostra scuola bonacciona. Le società che ci sfidano non sono liquide, sono solide, solidissime hanno smisurate ambizioni, ferrea disciplina. Resisteremo e conserveremo la nostra prosperità solo se sapremo diventare anche noi solidi. E come? Non certo rinunciando alla nostra libertà, ma con una razionalizzazione su cui tutti sono d'accordo, che consideriamo ovvia ma non facciamo. Ci servono amministrazioni pubbliche snelle, un sistema giudiziario rapido, un sistema fiscale equo, una informazione seria, una educazione rigorosa, una scuola e una università che producano altissime competenze. Occorre dare opportunità ai capaci, incominciando dalle donne oggi ancora discriminate. Dobbiamo creare una mobilitazione come se fossimo in guerra, per cui tutti fanno meglio, lavorano di più, studiano di più, inventano di più. Non ci sono più margini per i chiacchieroni, i fannulloni, i ritardatari, i cinici.